“Benessere socioecologico senza crescita economica” di Giulio Vulcano.

Benessere socioecologico senza crescita economica.
Per la resilienza alimentare e la protezione della biodiversità.

di Giulio Vulcano

Nota a margine: versione personale dell’articolo istituzionale
“Oltre la crescita economica. Protezione della biodiversità e resilienza alimentare”

1.10.2021

CAMBIARE L’IDEA DI PROGRESSO

In Europa la crescita economica, strettamente dipendente dall’aumento di produzione e dal consumo delle risorse, ha generato e continua a generare effetti dannosi sull’ambiente naturale, erodendo la biodiversità, alterando la stabilità climatica, la salute e il benessere umano. Gli attuali modelli prevalenti di produzione e consumo non sono più sostenibili.
Sono questi alcuni dei messaggi chiave che emergono dal rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Crescita senza crescita economica” pubblicato nel 2021. Messaggi molto rilevanti poiché per la prima volta un’istituzione europea conferma che non possiamo avere una crescita senza fine in un pianeta finito ovvero con risorse limitate. L’unica soluzione a disposizione dei decisori politici è ripensare e immaginare un’idea nuova di progresso. Partendo da questa convinzione, l’EEA ha avviato un insieme di studi prospettici sui fattori di transizione e le narrative per il cambiamento.
Nel dibattito online svoltosi il 22 febbraio scorso si sono riuniti responsabili politici, ricercatori e organizzazioni della società civile per discutere i risultati del rapporto dell’EEA. Al dibattito, tra gli altri, hanno partecipato Hans Bruyninckx, Direttore dell’EEA e il consigliere di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea, nonché vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo e il contrasto ai cambiamenti climatici. Nel corso del dibattito sono stati presentati i principali risultati scientifici di questo studio di briefing e si è discusso di come questi possono o dovrebbero contribuire a plasmare le decisioni prese a livello dell’UE e degli Stati membri.
I messaggi chiave del Rapporto dell’EEA sono i seguenti.
È in corso la ‘Grande Accelerazione’ della perdita di biodiversità, del cambiamento climatico e del consumo di risorse e inquinamento. Essa è strettamente collegata alle attività economiche e alla crescita economica ed è quindi di natura totalmente antropica.
Numerose evidenze scientifiche dimostrano, con studi globali su decenni, che il cosiddetto “disaccoppiamento” completo e durevole tra crescita economica e consumo di risorse/inquinamento non sarebbe possibile, nonostante esso costituisca il quadro di riferimento principale delle politiche ambientali europee e internazionali (Wiedmann et al., 2015; Magee e Devezas, 2016; Ward et al., 2016; Schandl et al., 2017; Hickel e Kallis, 2019; EEB, 2019; Vadén et al., 2020).
La circolarità dell’economia al 100% è fisicamente impossibile, si può parlare al più di “quasi-circolarità”. L’economia “circolare” potrebbe non portare verso la sostenibilità se le misure di circolarità continueranno ad alimentare la crescita economica portando all’aumento del consumo complessivo di materiali.
L’economia della ciambella (Raworth, 2017), del benessere (Fioramonti, 2016), della semplicità e sufficienza (Alexander, 2015; Trainer, 2020), la post-crescita (Daly, 2014; GEA, 2020; Jackson, 2021), la decrescita (Demaria et al., 2013) sono alcune delle alternative alle concezioni economiche più comuni e preponderanti fondate sulla crescita e offrono preziose interpretazioni e intuizioni per ripensare e riorganizzare il progresso.
Il Green Deal europeo e altre iniziative politiche per un futuro sostenibile richiedono non tanto soluzioni tecnologiche (Nature Food, 2021) che aumentano il consumo di risorse, ma soprattutto cambiamenti nelle pratiche sociali e nei modelli di produzione e consumo.
La crescita è radicata culturalmente, politicamente e istituzionalmente (la fede e la dipendenza da essa sembra tutt’altro che scalfita anche dalla crisi del Covid-19). Il cambiamento richiede di affrontare queste barriere in modo democratico. In questo senso le tante comunità che vivono in modo semplice offrono ispirazione per l’innovazione sociale.
I nuovi studi prospettici dell’EEA evidenziano come sia prioritario affrontare il cambiamento con un approccio olistico che adotti la scienza della complessità, la prevenzione, la transizione e trasformazione strutturale, l’ecosystem based management (EEA, 2017, 2018, 2019, 2020a, 2020b). Tra gli studi prospettici in cantiere, uno di prossima pubblicazione, denominato “Agriculture as care”, riguarda i sistemi alimentari, basi di ogni attività economica. Questi risultati europei trovano ottima assonanza con gli studi che anche in Italia si stanno conducendo dal 2017 sulla resilienza dei sistemi alimentari secondo il paradigma socioecologico e transdisciplinare tratteggiato ora anche dalle analisi prospettiche dell’EEA. Questo approccio sistemico va oltre i singoli schemi dell’uso efficiente di risorse e della sicurezza alimentare. In particolare lo studio sistemico dello spreco alimentare individua proprio nei modelli di sovrapproduzione economica (EU DG Research, 2020; EEA, 2021) e nelle disuguaglianze (EEA, 2019; 2020a) le cause primarie dei suoi enormi impatti ambientali, sociali e sulla sicurezza alimentare (Moore, 2010; Hickey e Ozbay, 2014).

SISTEMI ALIMENTARI OPPRESSIVI E FRAGILI

I sistemi alimentari odierni determinano infatti enormi pressioni su tutte le sfere ambientali e sociali, in particolare sulla biosfera, da cui dipende il loro funzionamento. I sistemi alimentari industriali guidati dai modelli economici prevalenti (e dalla disponibilità di combustibili fossili a prezzo relativamente basso) sono i maggiori fattori di superamento dei limiti ecologici planetari e delle relative soglie di sicurezza, con le attività legate alla zootecnia intensiva come principale determinante delle diverse tipologie d’impatto (Steffen et al., 2015; Willett et al. 2019; Rockström et al., 2020). Il superamento di questi limiti comporta forti instabilità sociali ed economiche. Per la perdita di integrità biologica (stimata sulla base della velocità di estinzione delle specie) potrebbe già largamente essere avvenuto il superamento sia della soglia di sicurezza che dell’ancor più allarmante soglia di incertezza e di non ritorno (Ripple et al., 2021). I sistemi alimentari sono i principali responsabili di superamento della maggior parte dei limiti planetari (Campbell et al., 2017; Gordon et al., 2017). Tra questi impatti vi sono l’alterazione dei cicli naturali dei nutrienti-fertilizzanti azoto, fosforo e potassio, il consumo eccessivo di suolo (per la cui è urgente un’equa regolamentazione) e di acqua (per cui le previsioni sono inquietanti), mentre il contributo dei sistemi alimentari al cambiamento climatico arriva fino a circa un terzo del totale considerando anche gli effetti indiretti (IPPC, 2019; Crippa et al., 2021), di cui il 60% dovuto alla zootecnia (Xu et al., 2021) e con fabbisogni energetici sempre più crescenti (IPPC, 2019). Le attività, i consumi di risorse e gli impatti dei sistemi alimentari sono collegati da nessi stringenti con le attività, i consumi e gli impatti demografici e dei settori di sfruttamento energetico, delle acque, dei suoli e delle biomasse. Tra i principali parametri di riferimento per la valutazione della crisi ambientale globale in atto (Ripple et al., 2021) vi sono: popolazione umana; tasso di fertilità; Prodotto Interno Lordo; bestiame ruminante; produzione di carne pro capite; perdita di copertura arborea; perdita della foresta pluviale amazzonica.
I sistemi alimentari incidono per circa un terzo sull’impronta ecologica mondiale che è di circa 2,8 ettari globali pro capite ovvero 1,6 volte la biocapacità disponibile sul pianeta (GFN, 2021), con grandi squilibri tra i paesi (per esempio gli USA hanno un’impronta pro capite 10 contro 1 dell’India). I sistemi alimentari impegnano da soli circa metà della biocapacità globale. In parallelo i sistemi alimentari sono tra i maggiori imputati dello sviluppo di epidemie zoonotiche tramite i loro impatti sugli ecosistemi (IPBES, 2020; Di Marco et al., 2020; Wallace, 2016, 2020) e sono co-fattori di quelle che vanno considerate come più ampie sindemie (Horton, 2020) essendo responsabili di gravissimi squilibri sanitari che coinvolgono la maggior parte delle persone nel mondo, molto spesso associati anche a guerre e migrazioni. Incrociando infatti i dati delle organizzazioni delle Nazioni Unite (FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO) emerge come circa due terzi della popolazione mondiale soffra di gravi e spesso opposti squilibri nutrizionali: 12% denutrito, 27% malnutrito, 27% sovralimentato e malnutrito. La FAO identifica le malattie non trasmissibili dovute a diete povere come la prima causa di morte prematura a livello globale.
Inoltre meno del 33% della popolazione mondiale è attualmente autosufficiente grazie a cibo locale (Kinnunen et al., 2020) e in Italia l’autosufficienza è sotto l’80% (50% considerando anche i mangimi edibili importati), a fronte di una riduzione della superficie agricola utilizzata negli ultimi 30 anni del 22% e il primo posto in Europa per abbandono agricolo. In Italia vi è un consumo di suolo agricolo e naturale che cresce a 51 km2/anno, quasi 2 m2/s, circa l’8% della superficie artificializzata (ISPRA, 2021 [a]), mentre qualità e fertilità del suolo sono in continuo calo avendo raggiunto l’1-1,5% di sostanza organica nei terreni agrari, dal 3-3,5% di 30-40 anni fa (ISPRA, 2020) e in Europa circa il 13% dei terreni coltivabili hanno perdite di suolo insostenibili (Panagos et al., 2015).
Al contempo nel sistema alimentare globale si spreca almeno il 50% delle calorie prodotte (in Italia almeno il 60%), considerando oltre a perdite e rifiuti alimentari anche la sovralimentazione (dovuta spesso a prodotti industriali iper trasformati) e soprattutto la perdita netta nella conversione di risorse edibili operata dagli allevamenti animali (ISPRA, 2019, 2020). Questo spreco impegna da solo circa un terzo della biocapacità globale, senza considerare anche altre forme di spreco alimentare quali gli usi non alimentari di prodotti edibili, le perdite prima dei raccolti, le perdite di acqua potabile. L’impronta ecologica dello spreco alimentare sistemico in Italia (e in Europa) arriva a impegnare almeno il 50% della biocapacità ed è in buona parte collegato alle importazioni: soprattutto frumento, soia, mais per i mangimi o olio di palma, ma ormai anche frutta e verdura in parte non trascurabile. La sovrapproduzione di surplus alimentari è talmente alta da eccedere anche il tasso di aumento della popolazione e dei fabbisogni mondiali, tanto che il cibo prodotto (a scapito dell’ambiente) basterebbe ampiamente per tutti, ma i meccanismi economici prevalenti determinano una distribuzione fortemente ineguale delle risorse. Nonostante l’aumento globale di produzione, negli ultimi 50 anni la biocapacità disponibile pro capite si è comunque mediamente dimezzata (WWF, 2020).
Anche se le previsioni di aumento demografico sono tendenzialmente in alleggerimento, le dinamiche economiche hanno portato negli ultimi decenni all’urbanizzazione e a una pressione demografica globale insostenibile. Ciò sia nel Sud del mondo sia tanto più nel Nord dove i dati (quali limiti ecologici planetari, biocapacità disponibile e impronta ecologica) mostrano che la saturazione delle potenzialità naturali locali è per lo più avvenuta da tempo e i consumi ordinari si basano in buona parte sulle risorse del Sud globale, oltre che sulla degradazione del proprio ambiente ecologico e sociale. Ciò è riconosciuto dall’Agenda di sviluppo sostenibile ONU 2030 con gli obiettivi globali di salute e pianificazione riproduttiva. Agenda che però richiama ancora obiettivi di crescita economica, causa delle enormi distanze attuali nel raggiungimento di tutti gli altri obiettivi (O’Neill et al., 2018). Come la crescita economica anche quella demografica oltre un certo livello risulta contro-producente per la qualità della vita e per l’ambiente naturale (Crist et al., 2017; Barrett et al., 2020). La veloce diffusione di pandemie è esemplificativa di questa fase e direttamente connessa oltre che al sovrasfruttamento delle risorse ecologiche anche alla densità della popolazione e dei traffici. Purtroppo nel dibattito pubblico la questione demografica viene negletta e non compresa nella sua rilevanza, per via di interessi opposti che si trovano a convergere diventando una posizione prevalente su questo tema sensibile. Insieme a quello del produttivismo-consumismo e dell’esasperazione tecnologica, quello demografico è un fattore interdipendente, fondamentale e ineludibile (Chertow, 2008) nella urgente trasformazione culturale. Trasformazione secondo cui l’umanità è chiamata a comprendere il proprio impatto e prima di tutto ad accettare e a rispettare, più che guidare e gestire (stewardship) lo spazio vitale di tutte le altre comunità ecosistemiche e i limiti comuni di equilibrio (Kallis, 2019). Sarebbe opportuno trattare il tema in modo il più possibile informato, consapevole e condiviso, per evitare di trovarsi a doverlo affrontare in modo forzato dall’urto con i limiti naturali o imposto da politiche autoritarie. Per affrontare la pressione demografica sui fabbisogni alimentari sono necessarie formazione scolastica, salute sessuale e riproduttiva, uguaglianza di genere, potenziamento e difesa dell’educazione delle donne e dei diritti al controllo del proprio corpo, pensioni e sanità sociale, promozione culturale e cambiamenti nello stile di vita.

PROTEZIONE CONVIVIALE DELLA BIODIVERSITÁ

Come conseguenza delle pressioni economiche esercitate sugli ecosistemi, la Terra sta subendo una perdita di biodiversità eccezionalmente rapida e sempre più specie vegetali e animali sono minacciate di estinzione e ancor più in cattivo stato di conservazione, ora più che in qualsiasi altro periodo della storia umana. Si stima che quelle a rischio di estinzione potrebbero essere circa 1 milione, un quarto di tutte quelle accertate (IPBES, 2019; IUCN, 2019). L’indice del pianeta vivente (abbondanza delle popolazioni) segna un preoccupante calo del 70% in media negli ultimi 50 anni (WWF, 2020). Le estinzioni di specie animali documentate finora sono 765, di cui 79 mammiferi, 145 uccelli, 36 anfibi. Secondo la “lista rossa” dell’Unione internazionale per la conservazione della natura 1.199 mammiferi (il 26% delle specie descritte), 1.957 anfibi (41%), 1.373 uccelli (13%) e 993 insetti (0,5%) sono minacciati di estinzione; così come il 42% degli invertebrati terrestri, il 34% degli invertebrati di acqua dolce e il 25% degli invertebrati marini sono considerati a rischio di estinzione. In Italia le specie animali minacciate di estinzione sono 161 (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate, tra cui circa il 31% dei vertebrati (ISPRA, 2021 [c]); circa il 10 di api (impollinatori fondamentali per le specie alimentari) e di farfalle sono a rischio di estinzione in Italia (ISPRA, 2021 [b]). In Italia sono in stato di conservazione sfavorevole vertebrati (ISPRA, 2021 [c]): il 54% della flora, il 53% della fauna terrestre, il 22% delle specie marine, l’89% degli habitat terrestri, il 63% degli habitat marini (mentre il restante 37% è in uno stato sconosciuto). Tra le pressioni che minacciano la biodiversità terrestre italiana, l’agricoltura è la principale causa di deterioramento per specie e habitat, seguita dallo sviluppo di infrastrutture e dall’urbanizzazione. Tali pressioni sono tra le più ricorrenti anche per l’avifauna; in particolare le minacce connesse alle moderne pratiche agricole si ritiene abbiano inciso in modo determinante sulla drastica diminuzione delle popolazioni di specie tipiche degli ambienti agricoli, soprattutto in pianura e dove c’è maggiore utilizzo delle colture intensive (ISPRA, 2021 [c]).
Circa il 90% del sovrasfruttamento globale di specie ittiche, almeno il 30% della degradazione della sostanza biologica nei suoli e circa il 70% della perdita mondiale di habitat è riconducibile alle attività antropiche alimentari nel loro complesso, tra cui spicca la deforestazione per far spazio o alimentare allevamenti animali intensivi (Campbell et al., 2017; Gordon et al., 2017). Il sistema alimentare globale è quindi il fattore principale di erosione della biodiversità, con l’agricoltura industriale che da sola rappresenta la minaccia per 24.000 (86%) delle 28.000 specie fin qui accertate come a rischio di estinzione (UNEP-Chatam House, 2021). I principali tipi di processi attraverso cui avviene questa degradazione sono il cambio di uso del suolo, l’estrazione diretta di biodiversità, l’inquinamento, il cambiamento climatico e l’immissione di specie aliene invasive. Anche in Europa le principali minacce alla natura, per gli habitat e le specie, vengono dall’agricoltura intensiva (EEA, 2020c) e il declino della biodiversità nei terreni agricoli continua nonostante le misure della Politica Agricola Comune che si sono rivelate inefficaci: per esempio le popolazioni di uccelli e di farfalle comuni, buoni indicatori di cambiamento, sono diminuite di oltre il 30 % nei terreni agricoli europei (Corte Conti UE, 2020).
Inoltre la FAO stima che negli ultimi cento anni si sia verificata una perdita enorme di agrobiodiversità: quasi il 75% della diversità genetica di specie coltivate e allevate è andato perso e l’alimentazione umana oggi si basa per il 75% solo su 12 specie vegetali e 5 animali (FAO, 2019). Le api domestiche e gli apoidei selvatici impollinano circa il 90% delle specie vegetali presenti sul pianeta (75% di quelle di interesse alimentare), garantendo circa il 35% della produzione agroalimentare. Oltre il 40% delle specie di invertebrati, in particolare api e farfalle che garantiscono l’impollinazione, sono a rischio di estinzione, a causa principalmente dei sistemi di produzione agroindustriale (FAO, 2019).
Le meta-analisi scientifiche mostrano che in media le aziende agricole più piccole, hanno rese più elevate e ospitano una maggiore biodiversità sia colturale che non, sia a scala agricola che paesaggistica, rispetto alle aziende agricole più grandi (Ricciardi et al., 2021). Altre meta-analisi hanno dimostrato gli enormi benefici per la biodiversità portati dai metodi di coltura agroecologici (Reganold e Wachter, 2016; IPES-Food, 2016). Si consideri poi che la protezione della biodiversità globale e locale è di importanza fondamentale per contrastare i cambiamenti climatici in atto, i quali a loro volta stanno mettendo in forte pericolo la sicurezza alimentare (un terzo della produzione mondiale a rischio: Kummu et al., 2021) e idrica (Ortiz-Bobea et al., 2021). Cambiamenti climatici che potrebbero anche essi venire affrontati molto più efficacemente con approcci di decrescita economica (OECD, 2020; Keyßer e Lenzen, 2021) riducendo i fabbisogni energetici e incrementando il benessere generale, partendo dalla democratizzazione, dalla qualità del servizio pubblico e dalla redistribuzione equa dei redditi e delle condizioni di accesso ai servizi (Vogel et al., 2021; D’Alessandro. et al, 2020).

Le politiche e le misure di protezione, rigenerazione e valorizzazione della biodiversità (come le nature based solutions o nature positive solutions di cui molto si discute) dovrebbero infatti andare oltre il paradigma della crescita economica, migliorando al contempo la prosperità e il benessere generali (IPBES, 2019; IPBES-IPCC, 2021; Turnhout et al., 2021). Le soluzioni basate sulla natura: non sono un’alternativa alla necessaria decarbonizzazione, anche perché i tempi naturali di assorbimento dei gas serra sono molto lunghi; esse devono coinvolgere una gamma sufficientemente ampia di diversi ecosistemi; dovrebbero essere progettate in collaborazione con le comunità locali nel rispetto delle popolazioni indigene e di tutti i diritti sociali; infine, devono essere di supporto alla protezione della biodiversità, dal livello del gene a quello dell’ecosistema, senza interventi che alterino le reti trofiche e gli equilibri ecologici (Girardin et al., 2021). Alterazioni ecologiche che possono derivare anche dalla rischiosa replicazione digitale e proprietaria dei genomi dell’agrobiodiversità per sviluppi agroindustriali o a causa di vari tipi di nuove tecnologie genetiche che vengono rilasciate nell’ambiente naturale (gene editing, gene drive, …). In questo processo dovrebbero essere considerate anche le responsabilità passate e presenti nella delocalizzazione globale degli impatti (CBD, 2021; Marques et al., 2019) come quelle derivanti dal sovrasfruttamento europeo e italiano di risorse alimentari importate. Responsabilità che si ripercuotono nell’accrescimento delle disuguaglianze e dei debiti costringendo i paesi del Sud globale a sovrastrutture la biodiversità locale per la propria sopravvivenza (Dempsey et al., 2021). È necessario prima di tutto consentire lo sviluppo locale autonomo, eliminando i sussidi dannosi e fornendo risorse per permettere la protezione e la rigenerazione della biodiversità. Va al contempo riconosciuta la fallacia della creazione di nuova crescita economica basata su servizi e mercati finanziari della biodiversità, comprese le “compensazioni” per la distruzione del cosiddetto “capitale naturale” (Heinrich Böll Foundation, 2014-2021) o il finanziamento di progetti dannosi come le forestazioni di piantagioni monoculturali o rischiosi come le afforestazioni su grande scala (IPBES-IPCC, 2021 per le colture bioenergetiche). Ciò comporta preferire l’uso di un lessico e di metriche biofisiche, ecosistemiche e di benessere tutelando, se necessario anche giuridicamente, l’esistenza di valori e benefici incommensurabili, non intercambiabili, altamente dipendenti dal contesto e a uso non esclusivo. Comporta inoltre esplorare traiettorie partecipative, conviviali e condivise nell’attuale formazione di scenari e quadri di riferimento internazionali per azioni che siano effettivamente a protezione della biodiversità e dei sistemi socioecologici congiunti (de Boef et al., 2013; Heinrich Böll Foundation 2014-2021; Buscher e Fletcher, 2019; Otero et al., 2020; Frainer et al., 2020). Ciò permetterebbe inoltre di superare la contrapposizione tra land sparing e land sharing (divisione o condivisione degli spazi tra uso produttivo e conservazione) integrando nelle classiche misure di protezione della biodiversità una visione dinamica e proporzionata alla scala locale, tutelando comunque le aree di riserva ad alto valore naturale e aumentando anche in contesti agricoli o urbanizzati la connettività delle reti ecologiche di conservazione globale.
Sono state applicate agli agroecosistemi le analisi integrate sui flussi di energia e di informazione nelle strutture della biodiversità e hanno confermato come i mosaici complessi dei paesaggi agroecologici tradizionali continuano a garantire un’elevatissima conservazione della biodiversità. Ciò mette in luce le potenti sinergie tra metabolismo sociale bioculturale, ecologia del paesaggio e proliferazione della biodiversità (Marull et al., 2020). Anche le attuali pratiche di conservazione della biodiversità possono quindi essere arricchite dalla diffusione di metodi agroecologici, quali ad esempio la valorizzazione dei margini dei campi, i sistemi agroforestali, la connettività ecologica di siepi e stagni, le simbiosi e sinergie prodotte dalla diversità microbiologica dei suoli e una gestione in equilibrio con la rinnovabilità ecologica dei pascoli e delle praterie (Barberi e Moonen, 2020).

BIOECONOMIA QUASI-CIRCOLARE FUORI DALLA CRESCITA

Ultimamente l’utilizzo economico delle biomasse (cosiddetta “bioeconomia”) è in aumento per via del loro sfruttamento o coltivazione, oltre che per gli scopi tradizionali, anche come materie prime alternative a quelle fossili e minerali o per processi di assorbimento delle emissioni serra. Come già avvenuto nel recente passato, ciò può portare a concorrenza nell’uso di risorse già scarse come l’acqua e il suolo (naturale e agricolo), nonché ad aumenti della perdita di biodiversità, delle speculazioni finanziarie, dei prezzi e dell’insicurezza alimentare (ISPRA, 2019; EEA, 2020a; Stenzel et al., 2021). È indispensabile prima di tutto affrontare la questione in un’ottica termodinamica prima che econometrica, tornando quindi alla definizione originale di bioeconomia come economia basata sull’aderenza ai principi biofisici e al benessere vitale (Georgescu-Roegen, 1971, 2003). Va risolta l’errata convinzione industriale che la “materia biologica” sia automaticamente “materia rinnovabile”, a prescindere dalle condizioni di impiego del suolo, dal tempo di rinnovo della risorsa e dalle relazioni dell’ecosistema all’interno del quale il patrimonio ambientale prelevato viene utilizzato come risorsa. Si assiste inoltre alla mancanza di attuazione dei principi bioeconomici genericamente enunciati nelle strategie europee e italiane per la bioeconomia e a una mancanza di coordinamento tra queste e quelle relative alla protezione della natura, laddove sarebbe necessaria almeno la valutazione dell’impatto degli interventi sulla biodiversità (Bionda et al., 2021). L’approccio sistemico-olistico alla base della bioeeconomia può essere riassunto in tre concetti centrali: efficacia, coerenza e sufficienza. Un giovamento può inoltre derivare dal dialogo tra studi agrari critici e prospettive che abbandonano la dipendenza dalla crescita economica (Gerber, 2020).
Le evidenze scientifiche mostrano che per garantire sicurezza alimentare e ambientale è necessario accordare priorità alle misure trasformative di prevenzione strutturale degli sprechi sistemici (vedi in seguito) rispetto a quelle di bioeconomia “circolare” quali riciclo e recupero degli scarti (ISPRA, 2019). Queste ultime possono essere utili se adeguatamente calibrate, ma non sono di per sé sufficienti e un’eccessiva attenzione su di esse rischia di essere contro-producente, oltre che di coprire e ritardare l’attuazione di interventi di prevenzione strutturale. Le azioni di prevenzione non strutturale dei rifiuti alimentari sono invece fondate soprattutto sull’introduzione di nuove tecnologie. Questi interventi aumentano l’efficienza unitaria dei processi industriali nel breve periodo, evitando gli effetti negativi dello smaltimento, ma creandone di ulteriori per la loro applicazione, per lo più delocalizzati (Brand e Wissen, 2013). Parallelamente essi aumentano i costi, diminuiscono il senso di responsabilità dei cittadini nei confronti dello spreco e del valore del cibo e tendono ad aumentare complessivamente il consumo di risorse e gli effetti negativi (paradosso di Jevons). Studi approfonditi dimostrano che così si possono vanificare i vantaggi del riciclo in termini di impatti negativi totali, i quali possono addirittura aumentare, in particolare quando mancano appropriate misure di regolamentazione del settore privato (Valenzuela e Böhm, 2017; Zink e Geyer, 2017). In generale i processi bioeconomici dovrebbero almeno essere realmente sostitutivi e non aggiungersi a quelli già esistenti, evitando così di incrementare la domanda di risorse e le dimensioni economiche complessive. Se resta invece inalterato il paradigma di crescita i processi di recupero e riciclo alimentare hanno bisogno della sovrapproduzione e della sovraofferta di eccedenze (e di energia) per svilupparsi, espandendo i confini della mercificazione (Krones, 2019), accelerando (Valenzuela e Bohm, 2017) o essendo ancillari (Lindenbaum, 2016) al medesimo sistema di mercato. Un meccanismo che è basato su estrazione di profitto economico da ogni processo (biofisico e non), da produttività unitaria, competizione, concentrazione e stimoli al consumo. La priorità per prevenire lo spreco deve andare invece alla prevenzione delle eccedenze. Quindi i processi sostitutivi di recupero e riuso delle eccedenze dovrebbero comunque essere limitati e orientati verso il più completo livello di rinnovabilità delle risorse (Hausknost et al., 2017). Per esempio le nuove iniziative di bioeconomia non dovrebbero portare all’estrazione industriale di residui colturali che altrimenti contribuirebbero alla materia organica del suolo e quindi alla sua fertilità alimentare (Holmatov et al., 2019). Per garantire la rinnovabilità delle risorse alimentari è necessario ridurre la produzione di eccedenze e la densità dei fabbisogni a limiti minimi “fisiologici” determinati in base alle capacità naturali locali e ai metodi agroecologici di rigenerazione quasi-circolare e di sufficienza, che usano più parsimoniosamente le risorse, proteggono e valorizzano la diversità biologica e la pluralità culturale (prevenzione strutturale, visione bioregionale olistica). Questi metodi già dal breve periodo mostrano numerosi vantaggi socio-ecologici e rese comparabili ai modi industriali che invece a fronte di elevate rese immediate tendono a depauperare velocemente le risorse necessarie; poi nel medio-lungo periodo o già in situazioni critiche le rese agroecologiche possono essere maggiori (IPES-FOOD, 2016; Muller et al., 2017; Schrama et al., 2018; Eyhorn et al., 2019; Lowder et al., 2021). Inoltre i bassi tassi attuali di circolarità dovuti all’impiego di complesse infrastrutture industriali confermano che minore è la scala e maggiore è l’efficacia dei processi di riciclo/rigenerazione e delle connesse reti di innovazione sociale (Garnett et al., 2015; Piques e Rizos, 2017; EEA, 2021).
Facilitando questi approcci si permetterebbe a una bioeconomia realmente quasi-circolare e coerente di non produrre vari tipi di effetti complessi di retroazione sistemica (EEB, 2019) che rendono improbabile il “disaccoppiamento” completo, ostacolano l’efficacia delle politiche in atto e bloccano il cambiamento (EEA, 2021). Queste retroazioni sono interconnesse e si autorafforzano in spirali perverse, apparentemente in modo controintuitivo. Storicamente lo sviluppo di nuove tecnologie sempre più elaborate, specie quelle proprietarie o che sono state sussunte al lavoro collettivo, è diventato il principale fulcro nell’estrazione di nuova crescita economica e finanziaria (Bakker et al., 2017). Esso ha ormai sorpassato per importanza gli altri fattori che si alimentano a vicenda: l’espansione demografica, il sovrasfruttamento e impoverimento della forza lavoro, produttiva e riproduttiva (Griffith et al., 2018); fattori che restano comunque tuttora attivi in proporzioni e distribuzioni diverse tra il Nord e il Sud Globale. Al raggiungimento di eccessive complessità di scala, le necessità esponenziali di risorse e la saturazione della domanda portano alla diminuzione dei margini di produttività, a cui i modelli prevalenti rispondono usualmente con l’indebitamento e l’aumento di efficienza tecnologica di alcuni settori nell’uso unitario delle risorse. Ciò genera il cosiddetto effetto “rimbalzo” (Glansdorff e Prigogine, 1971; Polimeni et al., 2007). L’efficienza favorisce l’aumento di scala dei processi, la diminuzione dei costi unitari e di conseguenza aumenta la promozione dell’offerta e la domanda fino a generare aumenti netti dei consumi di risorse e di impatti negativi, molto spesso delocalizzati globalmente o in altri settori economici (UNEP, 2018; IPBES, 2019; EEA, 2020b, 2021; ISTAT, 2021). In parallelo avviene la valorizzazione dello status posizionale delle merci che allarga le disuguaglianze nella società e soggioga con l’illusione che la ricchezza filtri dall’alto verso il basso. Ciò prosegue finché vi sono risorse disponibili a un costo che ne renda conveniente l’utilizzo, poi l’innovazione tecnologica produce un nuovo salto in avanti esasperando consumi e impatti complessivi. Tali cicli di amplificazione rendono il sistema globale sempre più dissipativo, fragile e instabile per minimi disturbi non riconosciuti, predisposto a subire traumi e crisi repentine (come nel caso del Covid-19).
Essendo attualmente l’espansione della società limitata da vincoli biofisici esterni, i miglioramenti dell’efficienza potrebbero essere piuttosto utilizzati per esplorare insiemi alternativi di comportamenti più compatibili con tali limiti, contenendo la perdita di diversità; la società dovrebbe così negoziare nuove definizioni di desiderabilità attraverso adeguamenti culturali e politici che portino a nuovi modi accettabili di vita (Giampietro e Mayumi, 2018). I miglioramenti dell’efficienza potrebbero derivare da un “effetto rimbalzo” positivo generato da processi bioeconomici e culturali orientati al principio di sufficienza (Alexander, 2015).

QUALE RESILIENZA

La complicata sfida di proteggere gli ecosistemi e al tempo stesso garantire la sicurezza alimentare della popolazione globale in modo “sostenibile” ha attirato una crescente attenzione da parte delle principali istituzioni ambientali e dei governi. Negli ultimi anni il discorso si è spostato dalla “produzione rispettosa dell’ambiente” alla “sostenibilità del sistema alimentare”. Ciò dovrebbe considerare e migliorare la “resilienza” dell’intero sistema per riportarlo entro i limiti. Questa resilienza, troppo spesso definita e richiamata in senso superficiale o strumentale, è però una caratteristica indispensabile per il futuro sistema alimentare e più in generale, soprattutto in un contesto di crescenti incertezze dovute ai cambiamenti ambientali e alla variabilità che supera le abilità previsionali e gestionali. In sintesi essa può essere vista come la capacità biologica, ecologica e sociale di confrontarsi e adattarsi ai cambiamenti e ai disturbi, resistendo anche a quelli imprevisti o potenzialmente destabilizzanti, tramite processi ciclici di individuazione contingente, di autorganizzazione e di convergenza tra scale diverse (Holling e Gunderson, 2001; Kupiec, 2019). Essa fonda il suo potenziale rigenerativo sull’omogenea distribuzione dei benefici derivanti dall’interconnessione tra un’elevata diversità di “agenti” (biologici, sociali, …) e sull’osmosi con l’ambiente esterno. Ciò può garantire lo scambio reciproco di caratteristiche multifunzionali essenziali per far sì che l’intero sistema possa adattarsi ai cambiamenti o creare le necessarie trasformazioni, specie in situazioni critiche. Si riferisce perciò anche alla capacità di mutazione profonda di un sistema non più sostenibile e instabile verso nuovi livelli di equilibrio. Per raggiungere con efficacia (più che con efficienza) questi obiettivi ecologici e sociali evitando i paradossi del produttivismo (Garnett et al., 2015; Benton e Bailey, 2019) occorre non solo ridurre le pressioni derivanti dalla produzione, ma attuare una serie di sostanziali cambiamenti economici e culturali a livello sia di istituzioni, di aziende che di collettività organizzate di cittadini (Oliver et al., 2018).
Si tratta di partire da un immaginario estetico e creativo che sappia elaborare positivamente le sensazioni oltre che la razionalità, consapevole delle inerzie presenti come delle potenzialità che possono essere sbloccate, prendendo spunto anche da visioni, epistemiche e prospettive relazionali indigene, ancestrali e apparentemente minoritarie. I mutamenti necessari, avviati in parallelo, si potenzierebbero sinergicamente a vicenda. Essi riguardano, tra gli altri: la localizzazione , accorciamento e riduzione di scala delle intere filiere e il ruolo non più centrale del consumo individuale, della competizione, del lavoro retribuito, del valore monetario e del profitto privato nella società (che dovrebbero essere sostituiti da valori ai fini ecologici e sociali), penalizzando le attività che consumano più elementi naturali e incentivando la redistribuzione della ricchezza; una partecipazione delle persone che sia realmente paritaria e solidale basata sulla valorizzazione sociale delle minoranze e delle innovazioni che vengono dai margini, lo sviluppo di capacità relazionali, abilitanti e di autonomia più che l’insistere su istruzione, controllo e assistenza; sistemi collettivi di tutela, credito e scambio che riconoscano equamente il valore della vita e del lavoro consapevole di cura dell’ambiente e delle persone; conversione dei sistemi militari in servizi collettivi di autodifesa dei beni comuni. In queste direzioni serve inter e post disciplinarietà nell’educazione, nella formazione e nella ricerca-azione.

È URGENTE UNA TRASFORMAZIONE STUTTURALE

Le evidenze scientifiche più attendibili mostrano che per raggiungere la resilienza e la salute socioecologica sia quindi primaria una trasformazione strutturale dei sistemi alimentari, invocata ormai anche da molte istituzioni internazionali con vari accenti (FAO, 2020 e altri in nota bibl.) e per cui la finestra temporale disponibile potrebbe essere più stretta di quanto comunemente ritenuto. È impellente quindi organizzare una strategia che abbia un orizzonte durevole e precauzionale. Potrebbe essere necessario un periodo di transizione verso la graduale rilocalizzazione dei sistemi alimentari in cui si integrino sistemi locali e regionali così come potrebbe essere necessario fare affidamento in un tempo molto più ristretto sulla resilienza dei sistemi alternativi di piccola scala già esistenti (Berkes et al., 2003; Walker e Salt, 2006, Fleming e Chamberlin, 2016). Per tornare entro le capacità ecologiche la diffusione di queste pratiche sociali virtuose dovrebbe diventare molto ampia e lo spreco sistemico dovrebbe essere probabilmente ridotto al 15-20% ovvero ad almeno 1/3 dell’attuale a livello globale, a 1/4 in Italia (ISPRA, 2019). La conversione sarà tanto più efficace quanto saprà andare oltre il consueto riformismo incrementale e le tendenze economico-culturali ordinarie (soluzioni di mercato o solo istituzionali o centrate sulla responsabilità del consumatore, …) verso orizzonti e principi di parsimonia, sobrietà, prosperità e abbondanza frugali (Nelson e Edwards, 2021). In questo cambio di paradigma economico-culturale emerge l’esigenza principale di rendere il valore del cibo più un bene comune e meno una merce standardizzata e spettacolarizzata (EU DG Research, 2020 e altri in nota bibl.). Le macro linee d’azione fondamentali (interdipendenti e in parte sovrapposte) su cui potrebbe partire la progettazione condivisa di scenari trasformativi sono sinteticamente:
democratizzazione ed equità dei valori e delle relazioni tra i soggetti, dentro e fuori il sistema economico e alimentare (IPBES, 2019; EU DG Research, 2020; Nature Food, 2020; FAO, 2020);
riduzione selettiva, in termini assoluti prima che di efficienza relativa, dei consumi di prodotti/servizi e delle necessarie risorse materiali ed energetiche (IPBES, 2019; EU DG Research, 2020; EEA, 2021), soprattutto per il Nord globale e i ricchi;
riduzione consapevole della pressione demografica e dei fabbisogni complessivi (SDGs ONU 2030 3.7 e 5.6; Kallis, 2019), soprattutto per il Nord globale e i ricchi;
riduzione degli usi non alimentari umani (mangimi, carburanti, …) dei prodotti edibili e delle relative risorse necessarie e limitate, tra cui il suolo, l’acqua, la biodiversità (EEA, 2020a);
diete sane e varie per l’umanità e per il pianeta, preferendo prodotti vegetali e non iperprocessati, riorientando quote e metodi produttivi e le relative risorse (EEA, 2017; Willet et al., 2019; UNEP, 2021);
sviluppo di un “ecosistema” di reti alimentari locali, ecologiche, solidali e di piccola scala che siano autosufficienti e tra loro cooperative, in grado di prevenire strutturalmente e drasticamente gli sprechi sistemici e gli impatti negativi (EEA, 2017; EU DG Research, 2020; FAO, 2018, 2020).
In particolare rispetto ai sistemi convenzionali si osserva una riduzione media degli sprechi del 67% nel caso di sistemi alimentari regionali, biologici e di medio-piccola scala (per es.: mercati degli agricoltori) e addirittura fino al 90% in media nel caso di reti locali, agroecologiche, solidali (mutualistiche/autorganizzate) e di micro-piccola scala, per esempio nei Gruppi di Acquisto Solidali o nelle CSA – agricolture supportate da comunità (ISPRA, 2019; Sosna et al., 2019, Baker et al., 2019).

Questi processi dovrebbero tendere a svincolarsi sempre più dalla captazione, dal condizionamento o dall’oscuramento che usualmente avviene nei loro confronti da parte dei modelli economico-culturali prevalenti (Giampietro e Funtowitz, 2020): si vedano i casi del Food System Summit ONU 2021 incentrato sul ruolo delle grandi aziende e della tecnologia oppure il caso delle blande proposte e applicazioni di politiche locali alimentari a cui si sta assistendo in Italia. È necessario quindi aggirare o eludere gli ostacoli convenzionali (Sherwood et al., 2016) e riempire di innovazione critica gli spazi vacanti (Van der Ploeg, 2016). Sviluppando reti egualitarie di progettazione globale su cui fare affidamento, si può riportare più diffusamente la produzione e la co-produzione a livello di collettività locali (Kostakis et al., 2015). L’uso di tecnologie quasi-circolari, paritarie e conviviali, può potenziare filiere più corte e solidali, con opportunità di benessere territoriale e allo stesso tempo riducendo l’impronta ecologica verso livelli di equilibrio.

Perciò è urgente convertire e ridimensionare l’esistente (downscaling) così come facilitare o permettere lo sviluppo delle esperienze virtuose già avviate, replicarle orizzontalmente secondo i diversi contesti (senza accrescere le singole dimensioni, scale out), connetterle tra loro, preservare le varie comunità che vivono in modo semplice e armonioso con l’ambiente naturale e lasciarvisi ispirare.

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